2 agosto 2011

La cultura come fatto sociale: intervista a Danilo Catti

a cura della redazione

Danilo Catti

Danilo Catti, realizzatore del bel documentario “Giù le mani” (2008) sullo sciopero delle Officine di Bellinzona, che ha vinto il Premio speciale della giuria per il cinema svizzero (2009), presenta all’edizione 2011 del Festival del film di Locarno il documentario 1 due 100 officine, che indaga il dopo sciopero. Danilo, che da anni persegue una ricerca nella documentaristica sociale (v. la sua produzione ) ha gentilmente risposto ad alcune domande per il nostro sito.

Com’è nato il tuo interesse per i documentari di carattere sociale? E come si inserisce l’Associazione Treno dei Sogni in questa tua attività?

Mi interrogo sui temi che mi preoccupano, partendo dall’osservazione della realtà. Cerco di essere testimone, spesso partecipe, di esperienze umane in cerca di risposte alternative alla logica che vorrebbe ridurre l’esistenza ad un bene di consumo. Sono scelte di fondo legate al concetto stesso di cultura. Se consideriamo la cultura come mezzo di riflessione ed elaborazione del reale, il carattere sociale è inevitabile. Fare cinema, in fondo, è un atto di cittadinanza. L’Associazione Treno dei Sogni è la piattaforma che mi permette di realizzare dei film a partire da questa visione della cultura.

Quali sono le difficoltà, e/o le condizioni ideali di produzione di documentari di questo genere?

Se è relativamente facile, in Svizzera, trovare mezzi per finanziare documentari a basso costo, la difficoltà maggiore rimane la distribuzione. Dal momento in cui si fanno scelte stilistiche e tematiche impegnative è raro che i filmati entrino nella grande distribuzione. Rimangono comunque i Festival, le diffusioni televisive, i circuiti alternativi e i DVD, che permettono ai documentari di essere visti.

Le condizioni ideali, non risiedono principalmente nei mezzi finanziari a disposizione, ma nella motivazione personale, nell’interesse che si ha per un soggetto e nella relazione che si stabilisce con esso. Se non si capisce il senso di quanto si sta facendo ci si perde facilmente. Ci vuole caparbietà, perseveranza. Direi che l’ideale è quando il tema, la situazione, ti danno le risposte e l’energia necessarie per andare fino in fondo.

Com’è nata la tua decisione di seguire lo sciopero delle Officine?

Lo sciopero delle Officine ha rappresentato una grande sorpresa, in positivo. Finalmente qualcuno osava dire NO. Lo aspettavo da molto, un momento come questo. Un momento di speranza: essere partecipi del proprio destino e non solo subirlo. La decisione di fare un film è stata immediata. Si trattava di trovare il punto di vista, l’angolo d’approccio. Sono bastati pochi giorni per capire che l’accento andava messo sugli operai. Tutto il resto sarebbe venuto da sé.

La tua partecipazione alla vita delle Officine si è sviluppata nel tempo. Ti è già capitato di vivere un’esperienza di lungo percorso come questa? Dal punto di vista del documentarista come si sviluppano interazioni di questa natura? Come conciliare la relazione umana e l’aspetto professionale?

Mi è già capitato di seguire per oltre un anno delle realtà che volevo documentare. Ma qui sono passati tre anni e il rischio era di perdere l’autonomia di giudizio, di essere coinvolto troppo da vicino e non avere più quel distacco indispensabile a chi ha il compito di documentare.

La tavola rotonda doveva durare due mesi e nessuno poteva prevedere un percorso così lungo e tortuoso. Mantenere ad ogni costo il distacco diventava innaturale, quasi ostile e controproducente. Ho dovuto quindi fare convivere due anime, quella empatia e quella professionale. Il pubblico giudicherà se sono riuscito nell’intento.

Realizzare un documentario su uno sciopero, in una società ormai sottomessa all’impatto mediatico, è forse più semplice che sviluppare un discorso sul dopo sciopero, nel quale i tempi lunghi, le pause, le indecisioni, il quotidiano (anche nella sua accezione più nefasta) formano il contesto nel quale inserire una riflessione di ampio respiro. Quali le sfide?

Qui sta il punto: riuscire a documentare quello che non è spettacolare e che di solito non viene raccontato. Farlo in modo onesto, senza trucchi. In questo caso il conflitto principale ruota attorno a due visioni diverse della “normalità”: la prima, quella delle FFS, fatta di gerarchie e regole imposte; la seconda, quella proposta dagli operai, che rivendicano il diritto di partecipare alle scelte che li concernono. In sostanza, una riflessione sul rapporto possibile o impossibile tra democrazia e lavoro.

Di fatto, la  prospettiva del documentarista è una prospettiva storica. La sfida sta nel proporre i tempi del reale in un linguaggio diverso

1 DUE 100 OFFICINE
1 DUE 100 OFFICINE

da quello dello spettacolo.

I protagonisti hanno inevitabilmente delle attese nei confronti di un documentario che parla di loro. Come hai impostato il rapporto tra l’autonomia del creatore e la reazione ( o le richieste) di chi ha partecipato agli avvenimenti di cui ti occupi? Come conciliare le due (eventuali) visioni?

In fondo, all’origine, sta un accordo non scritto tra chi filma e chi è filmato. È quello che io chiamo “contratto deontologico”. Nella misura in cui questo “contratto” è chiaro, e cioè il ruolo di ciascuno è ben definito, è possibile rimanere sé stessi e mantenere un dialogo critico tra le parti. Poi, ho per regola di mostrare il mio lavoro alle persone direttamente coinvolte, prima che venga diffuso pubblicamente. E’ una verifica importante per me. La discussione mi permette di capire se ho agito nel rispetto della realtà. Questo non significa che i protagonisti decidono al mio posto, anzi. Spesso l’immagine che ne esce propone una lettura diversa da quanto percepito da chi sta dentro la vicenda. Proprio qui sta il dialogo critico di cui parlavo prima, contrariamente non avrebbe molto senso.

Dalla tua esperienza attorno allo sciopero delle Officine, è scaturita anche la partecipazione attiva a un progetto storico, di storia immediata , al punto che hai deciso di depositare il tuo materiale presso la Fondazione Pellegrini Canevascini, che si occupa del progetto…

Considero che i materiali girati non appartengano a me, in questo caso poi è più che mai evidente. Appartengono a tutti, alla collettività, agli operai, alla Storia. Che senso avrebbe chiudere in un archivio privato, le oltre 400 ore di materiale girato, solo in minima parte utilizzato? La Fondazione Pellegrini Canevascini  era il depositario naturale di questo archivio audiovisivo. Questi materiali potranno servire ai ricercatori per studiare dall’interno quanto avvenuto dal 7 marzo del 2008 fino ad oggi. Abbiamo quindi stipulato una convenzione tra le parti, operai, Comitato di sciopero, Officina donna, che definisce tempi e modalità di accesso.

Grazie, Danilo, e arrivederci a Locarno!

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